giovedì 14 giugno 2012

L'Invenzione di Morel (1974)

"L'invenzione di Morel" è un film che ho conosciuto grazie a un esame di Sociologia. Studiato e analizzato attraverso le informazioni sul libro di testo, non lo avevo ancora visto. Almeno fino ad oggi.
Il film di Emidio Greco è tratto da un libro di Adolfo Bioy Casares, e dopo la visione del film sicuramente non me lo lascerò sfuggire.
Un film particolare, surreale. Se vi piace l'azione, il ritmo, di certo non è il film che fa per voi. Le prime parole del protagonista arrivano addirittura dopo trenta minuti (sì, trenta!). Soltanto poco dopo le sue prime parole scopriamo finalmente che il nostro naufrago, approdato su un'isola apparentemente deserta e con al centro un grosso edificio abbandonato, è un fuggitivo. Scruta l'isola, visita il palazzo impolverato, e si crede solo fino al momento in cui inizia a sentire una musica e vede gente ballare, discutere, passeggiare. Ben presto si accorge, grazie al suo avvicinamento a una giovane donna, che le persone presenti sull'isola non lo vedono. Il mistero s'infittisce quando assiste al dialogo di un uomo di nome Morel con la donna, che si ripete, uguale, il giorno seguente.
Inizia qui la vera e propria storia, una riflessione sulla vita, sulla ricerca di una felicità e di una immortalità che, se trovata, chiederà inevitabilmente il pagamento di un terribile dazio. (Approfondimento più sotto, nello "SPOILER")
Il film di Greco parte lento e, se vogliamo trovargli un difetto, questo è sicuramente la lunga e lenta introduzione, in cui il soffio del vento la fa da padrone in un'atmosfera affascinante e surreale. Probabilmente, accorciato e snellito, il film sarebbe diventato una vera e propria chicca fantascientifica nostrana. Nonostante ciò, siamo di fronte a una bella e suggestiva opera cinematografica, che andrebbe scoperta e apprezzata, sia per i profondi contenuti, sia per l'affascinante ambientazione.
(VOTO: 7+ - Bella Invenzione)
(SPOILER)
Morel, uno scienziato, ha inventato una macchina in grado di catturare l'immagine delle persone e proiettarle all'infinito, in maniera del tutto realistica. Lo scienziato, anni prima dell'arrivo del naufrago sull'isola, ha registrato a loro insaputa gli amici invitati, con l'intento di riprendere un'intera settimana di vita normale, di vicende vissute tra amici, in modo poi di proiettarla (grazie all'energia delle maree e del sole) all'infinito, in una sorta di immortale spensierata gaiezza. Ma questa felicità, questa apparente immortalità, si rivelerà soltanto un vuoto ed effimero ciclo di parole, gesti, immagini. Se da una parte riesce a regalare l'immortalità a personaggi che, in fondo, non sono più persone vere e proprie, dall'altro, l'invenzione di Morel distrugge la vita, condannando gli "attori", attraverso i suoi raggi, a un'inevitabile e dolorosa morte.
Morte a cui non sfuggirà neanche il nostro naufrago, che una volta venuto a conoscenza della reale situazione sull'isola, solo e disperato, decide di entrare anch'egli nel ciclo infinito dei personaggi che la popolano, magari entrando in contatto con la coscienza della bella Faustine.
In un impeto di rabbia e disperazione, poi, la straordinaria invenzione dello scienziato verrà infine distrutta dal naufrago ormai condannato a una lenta e inevitabile fine.

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