martedì 22 ottobre 2019

C'era una volta a... Hollywood (2019)

Dell'ultimo film di Quentin Tarantino se n'è parlato tanto e ovunque, e questa quindi non sarà l'ennesima recensione (anche perché non sono un critico né un esperto) di "C'era una volta a... Hollywood", ma soltanto qualche considerazione personale.
Per cominciare: è o non è un film alla Tarantino? Certo che lo è. Diverso, se vogliamo, ma tra un dialogo e un'inquadratura di Tarantino in questo film ce n'è tanto. E la storia, che molti non hanno apprezzato perché debole, rarefatta, forse troppo semplice, a me non è dispiaciuta affatto, e tra bei dialoghi, grandi prove degli attori (Brad Pitt e Leonardo DiCaprio straordinari), e alcune scene già diventate mitiche (Bruce Lee e Lanciafiamme, per fare un paio di esempi), il film scorre e interessa che è una meraviglia. Almeno per quanto mi riguarda.
Dunque... mi è piaciuto? Sì, decisamente, anche se non posso certo dire che sia il mio preferito della filmografia di Tarantino.
Una piccola nota, o meglio un consiglio prima di fare qualche considerazione spoilerosa: per apprezzare al meglio questo film, è fondamentale affrontarlo con una piena conoscenza della tragica vicenda di Cielo Drive dell'agosto del '69. Ecco, senza conoscere quella storia, "C'era una volta a... Hollywood" perde davvero tanto...


(SPOILER)



Di tutto il film, infatti, è indubbio che la parte più pirotecnica, più forte, più pulp, è il finale. Per tutto l'arco del film vediamo e intravediamo la bella vita di Sharon Tate accanto a suo marito Roman Polanski, con anche un accenno di Manson - un fugace saluto proprio a lei - e tutto ci fa pensare che assisteremo alla scena del famoso massacro da una prospettiva Tarantiniana. E invece no. Laddove (sopravvissuto incredibilmente a ogni Spoiler, visto che il film sono riuscito a vederlo al Cinema abbastanza tardi) mi aspettavo che quella maledetta notte d'estate del '69 si svolgesse così come tutti conosciamo, ecco invece che gli allucinati adepti di Manson suonano alla porta della casa sbagliata. Non quella della Tate e dei suoi amici, lì a poca distanza, ma a quella dell'attore in declino, e vicino di casa dei Polanski, Rick Dalton. Ma la sfortuna dei giovani sbandati non si ferma qui, e anzi si amplifica all'ennesima potenza... perché non solo si ritrovano a bussare a quella che secondo la nostra prospettiva storica è "la porta della casa sbagliata", ma anche e soprattutto perché è quella di una casa sbagliata in cui, in quel momento, ci sono anche l'uomo e il cane sbagliati: Cliff Booth (l'amico e controfigura di Rick) e Brandy, il suo cane. Ecco allora che gli adepti di Manson fanno una brutta, bruttissima fine, in una sorta di Giustizia Ucronica che tanto avremmo preferito all'ingiustizia della realtà.
Ancora una volta, quindi, così come in "Bastardi Senza Gloria", assistiamo alla visione di fatti diversi da quelli che ci racconta la storia. Il massacro di Cielo Drive è sì un massacro, ma ai danni degli impasticcati di Manson, con l'incontro fatidico tra Sharon Tate e Rick Dalton dopo che quest'ultimo aveva appena dato fuoco con un Lanciafiamme a una fricchettona nella sua piscina. Quale finale più poetico?
Un'ultima considerazione: anche io, come qualcun altro, mi ero quasi convinto che Cliff altro non fosse che l'Aldo Raine di Bastardi senza Gloria. Perché? Tante cose tornavano: l'età, più o meno; il fatto di essere un eroe di guerra (appena accennato quando si tessevano le lodi del buon Cliff uxoricida); le espressioni facciali durante la chiacchierata pre-mazzate con Bruce Lee (bongiono); e, aggiungerei io, l'essere calato, come Aldo, in una realtà ucronica, in cui Hitler muore ammazzato e Sharon Tate e gli amici scampano al massacro. Poi però arrivano i realisti, che smontano il mio romanticismo a colpi di "Eh, ma la cicatrice...". E allora nulla, amici miei: Aldo è Aldo e Cliff è Cliff.
E Tarantino è sempre Tarantino.
(VOTO: 7,5 - C'era una volta Quentin... e c'è ancora)

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